Che stanchezza essere sempre stanchi!

Da quando sono diventato genitore di tre bimbi ho avuto l’occasione di osservare ogni giorno come essi siano dotati di una grande e quasi incredibile quantità di “energia”, che li porta a fare molte cose durante la giornata senza sentirsi per questo mai stanchi.

La loro attività fisica è sempre molto intensa e, tranne quei pochi minuti dedicati ad alimentarsi, essi sono sempre in movimento. Alla sera restano attivi fino al momento della nanna, sprofondano in un bel sonno ristoratore e si svegliano la mattina freschi e riposati.

Questo fatto è rilevabile da parte della maggior parte di genitori anche nei propri bimbi.

Per contro, osservando gli adulti, vedo sempre più spesso intorno a me persone che si sentono molto stanche già al risveglio, hanno bisogno di stimolanti quali caffeina e taurina per sopravvivere alla mattina, già a metà giornata sono “alla frutta” e si trascinano a sera con l’unico desiderio di spiaggiarsi sul divano, spesso riscontrando difficoltà a prendere sonno o svegliandosi durante la notte e restando insonni per molte ore.

Molti di questi svolgono un’attività lavorativa dove la stanchezza non è giustificata dall’intensità fisica del lavoro stesso.

Ecco allora che, incuriosito da questa incongruenza tra adulto e bambino, ormai da circa 10 anni ho iniziato ad appassionarmi ad una branca della medicina che va sotto il nome di PNEI (Psico Neuro Endocrino Immunologia).

Studiando i principi della PNEI e avendo l’opportunità ogni giorno di osservare bambini e adulti che vengono nel mio studio sono giunto a questa conclusione: “Alla sera non siamo stanchi per quello che abbiamo fatto durante la giornata, ma lo siamo per quello che ci siamo trattenuti dal fare”.

Questa frase, controintuitiva, rappresenta la vera differenza tra il comportamento del bambino e quello dell’adulto.

Possiamo osservare come sembra che i bambini compiano un’azione e solo dopo pensino e osservino la conseguenza del loro agire. Al contrario sembra che gli adulti (o almeno la maggior parte di essi) prima di fare qualsiasi cosa pensino e cerchino di prevedere il risultato della loro azione.

Questa differenza è la naturale conseguenza di quello che definiamo “educazione” o più correttamente “condizionamento sociale”.

Un bambino, alla nascita, non sa cosa sia socialmente giusto o sbagliato e quindi per i primi anni di vita (diciamo in media fino ai 3 anni ) agisce seguendo quello che chiamiamo istinto. L’istinto non è altro che quella serie di azioni inconsce che hanno lo scopo di soddisfare un bisogno o di sfuggire ad un disagio fisico e/o emotivo.

L’unica tensione muscolare che il bambino ha, per questo motivo, è quella necessaria a muoversi quando ne sente il bisogno istintivo. Se osserviamo un bimbo piccolo vedremo che piange disperatamente e subito dopo ride di gusto spesso senza avere, agli occhi di noi adulti, una motivazione “logica”.

Già dopo il primo anno di vita però accade che ogni azione del bambino, mano a mano che cresce, venga sempre più valutata, giudicata e catalogata come giusta o sbagliata, in funzione della sua utilità nell’adeguarsi a regole sociali prestabilite.

Ecco che al bambino viene insegnato che “ruttare” fragorosamente a tavola (bisogno fisiologico indubbio) non sta bene o produrre maleodoranti “puzzette” in pubblico non è un buon biglietto da visita per occupare in futuro un buon posto all’interno della società “civile”.

Da qui nascono così i primi tentativi del bambino di trattenere le sue azioni istintive pur di compiacere agli altri ed essere accettato. È quello il momento in cui ogni essere umano inizia a valutare ogni azione prima di compierla, cercando di individuarne i possibili effetti futuri.

Ed è proprio qui che comincia il meccanismo di contrazione muscolare volto a controllarsi.

Tornando all’esempio della puzzetta, il cervello del bambino comincerà a valutare se l’ambiente intorno a lui consentirà o meno di “mollarne una senza essere beccato”.

Questo trattenere il proprio bisogno di agire istintivamente (socialmente utile per carità!) genera dal punto di vista muscolare un’aumento della tensione muscolare a riposo. Faccio un esempio per chiarire meglio.

Un adulto che è fermo alla guida di un’automobile in coda sulla tangenziale di Milano e ha un appuntamento di lavoro a cui pensa di arrivare in ritardo ha la stessa tensione muscolare di un centometrista ai blocchi di partenza un millesimo di secondo prima dello sparo.

Se lo osserviamo dall’esterno (il centometrista ma anche l’automobilista) non si sta muovendo, eppure, nonostante questo, la loro muscolatura è in uno stato di massima tensione. Importante è quello che succede al centometrista ed all’automobilista il cui cervello sta generando una grandissima tensione.

Il centometrista, al momento dello sparo, attraverso la corsa/movimento, lascia andare tutta la tensione muscolare.

L’automobilista, ancora intrappolato nel traffico, continua a trattenerla per ore, avendo accumulato ritardo su ritardo anche fino a sera.

Non c’è quindi da meravigliarsi quando vediamo un automobilista che insulta pesantemente gli altri (nel peggiore dei casi a noi) sbraitando e gesticolando dal finestrino solo perché si ritarda un secondo ad ingranare la prima.

L’istinto di chi è intrappolato in coda è quello di scendere e correre all’appuntamento o almeno molto lontano dalla coda, esattamente come farebbe qualsiasi bambino piccolo di fronte ad un disagio.

Ma poiché non possiamo abbandonare l’auto in tangenziale, restiamo chiusi in auto per ore con i muscoli in una tensione spasmodica nel tentativo di trattenerci dal farlo.

Ecco, è questo che ci rende diversi dai bambini e che ci fa sentire stanchi anche se in apparenza non abbiamo fatto niente dal punto di vista fisico e del movimento. Non solo non ci muoviamo, ma ci tratteniamo proprio dal muoverci!

Ecco quindi ti invito, ogni volta possibile, a trovare il modo di scaricare questa tensione muscolare che recenti studi hanno dimostrato essere causa di patologie diffuse come dolori muscolari e articolari anche nella zona della mandibola e della bocca.

In particolare stringere o digrignare i denti è un tentativo del sistema nervoso di scaricare questa tensione accumulata ed è per anche per questo che in questo ultimo decennio c’è stato un’aumento importante di questi disturbi.

Esistono diversi modi per “scaricarci” socialmente tollerati e nel prossimo articolo te ne indicherò alcuni che ho sperimentato funzionare su di me e sui miei pazienti.

Inoltre approfondiremo anche l’affascinante argomento della gestione dello stress.

Ti lascio con una frase che mi piace molto e che dice: “L’uomo non può che essere un’animale strano, per tutto il suo primo anno di vita gli si chiede di parlare e camminare e per il resto della sua vita di restare fermo e zitto”.

Walter Riscossa

2 comments

  1. Bell’articolo,interessante come il condizionamento sociale sia tra le concause di disturbi psicofisici. Anche in ambito strettamente “psicologico” il consolidamento della propria identità si scontra con il condizionamento esterno (famiglia, società, cultura,religione,ecc) che impone paletti talvolta molto rigidi e ne compromette lo sviluppo, dando spesso origine a conflitti/complessi nevrotici/neurotici importanti.

    Incredibile come questo condizionamento possa fare così bene al benessere della sovrastruttura a cui aderiamo e così male alla libertà dell’agire del singolo individuo.

    1. Grazie Bruno, hai colto nel segno.

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