Il rapporto tra le recidive ortodontiche e la Terapia Manuale Neuro Sensoriale

La recidiva, ovvero il vedere andare in fumo il risultato del proprio lavoro pur avendo fatto del proprio meglio, è una di quelle cose che ogni professionista della salute, me compreso, teme come un flagello divino.

Ebbene, sicuramente il campo riabilitativo in cui mi muovo da diversi anni ne è colpito, ma anche il campo dell’ortodonzia non si può dire esente da tale infausto evento. Per evitare le recidive oggi, capita sempre più spesso che il risultato finale di una buona ortodonzia sia “mantenuto” nel tempo attraverso l’utilizzo di splintaggi.

In pratica, considerando come naturale la predisposizione dei denti a spostarsi una volta terminata la terapia ortodonica, il dentista decide di creare un limite strutturale (leggi bloccare) ai denti attraverso mezzi fissi che li “incatenino” nella posizione ottenuta mediante un lungo trattamento.

Da qui, in tempi recenti, l’accesa discussione tra fisioterapista, osteopata e dentista su quanto questa pratica sia dannosa a livello delle strutture cranio-facciali e non solo.

Lo scopo di questo scritto non è quello di alimentare ulteriormente questa querelle bensì quello di creare un ponte culturale tra il fisioterapista e l’ortodontista, mediante una collaborazione benefica per entrambe le figure in modo da fornire il miglior risultato al paziente.

Ciò che in questi anni di esperienza ho potuto osservare è che l’occlusione non fisiologica non è un problema, ma una soluzione!

Oddio, una terza classe scheletrica oppure una seconda seconda sono entrambe un problema ortodontico e so che questa causerà non pochi problemi al soggetto che ne è affetto. Quello che intendo dire è che, considerando la bocca come una struttura integrata in un contesto muscolare e fasciale più ampio, quello che noi vediamo come un problema ortodontico in realtà è la miglior soluzione possibile che il sistema nervoso del soggetto ha trovato nel tempo per permettergli di respirare, deglutire, masticare, parlare e muovere la testa.

Infatti tutte queste funzioni sono interconnesse tra loro dalla presenza di strutture ossee ma soprattutto muscolari e fasciali di cui il l’apparato stomatognatico fa parte. Da qui l’idea che il problema ortodontico, pur esistendo un predisposizione genetica, sia una soluzione ad un problema più importante (ad esempio respiratorio).

Quindi quando noi osserviamo all’età di 8 anni un problema ortodontico sappiamo che questo si è sviluppato con un preciso scopo (la sopravvivenza). Sappiamo anche che sull’altare di questo scopo il sistema nervoso avrà creato una nuova funzione (non fisiologica) che ha modificato nel tempo non solo la posizione dei denti e le strutture cranio-mandibolari e perfino il tessuto connettivo.

Il tessuto connettivo, trascurato nei decenni scorsi, è oggetto oggi di grande interesse per via della sua capacità di adattarsi alle forze ad esso applicate dai muscoli, modificare la sua consistenza e la direzione delle sue fibre fino a diventare una sorta di guida obbligata nel movimento involontario.

Partendo da qui risulta evidente come un bambino di 7-8 anni con una problematica ortodontica e magari una deglutizione atipica avrà un tessuto connettivo le cui fibre sono organizzate nella direzione che ha generato la problematica ortodontica stessa. Se quindi l’ortodontista, non considera a priori questo tessuto nel suo progetto ortodontico, sarà inevitabile che il tessuto connetivo si opponga, fino talvolta ad annullarle, alle forze esercitate dal mezzo ortodontico. Da qui l’apparente effetto di ritorno elastico cui fanno cenno diversi miei amici ortodontisti.

Se, invece, le forze ortodontiche sono tali e mantenute così a lungo, potrà succedere che l’ortodontista riesca nel suo lavoro ma il risultato di questo sarà che il tessuto connettivo si “irrigidirà” ulteriormente, “caricandosi” come l’elastico di una fionda tirato dall’apparecchio ortodontico. In conseguenza di questo, una volta tolto l’apparecchio ortodontico, il tessuto connettivo più o meno velocemente tenderà a riportare il sistema alla situazione precedente l’ortodonzia, come l’elastico della fionda una volta rilasciato.

Da qui la frustrazione cui si faceva cenno all’inizio ma anche la consapevolezza che questa non sia un flagello divino bensì una logica conseguenza del nostro agire considerando solo alcune parti in gioco.

Che fare dunque?

La buona notizia è che il tessuto connettivo mal sopporta di essere messo in tensione “forzatamente”, ma per contro è una struttura molto sensibile al trattamento manuale. Quest’ultimo deve essere estremamente delicato e ha lo scopo di modificare la densità del tessuto stesso, rendendolo più fluido, in modo che questo possa adattarsi e non opporsi alla terapia ortodontica.

La Terapia Manuale Neuro Sensoriale (T.M.N.S.) si rivolge proprio al connettivo con il preciso obiettivo di aiutare l’ortodontista nel suo operato e far sì che i cambiamenti indotti dalla terapia ortodontica stessa siano più efficaci e durevoli nel tempo riducendo e eliminando la presenza di recidive.

La T.M.N.S. consta di poche sedute (massimo cinque) distanziate temporalmente tra loro che normalmente precedono e seguono il percorso ortodontico. Se vuoi saperne di più, contattami alla mia mail walter.ricossa@tmns.ch o visita il sito della Terapia Manuale Neuro Sensoriale.

Walter Riscossa

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