Perché non faccio (quasi) niente: la Legge del Minimo Stimolo

Spesso le persone che si rivolgono a me per sottoporsi ai trattamenti di T.M.N.S. durante o dopo la seduta o comunque quando un certo grado di confidenza si è instaurato tra noi, mi pongono con curiosità la seguente domanda: “Che strano, Walter, alcune volte mi sembra che tu non faccia quasi niente eppure mi sento meglio”.

Con questo articolo voglio rispondere a loro e introdurre un’argomento che mi appassiona e che ha cambiato profondamente ormai da circa 15 anni il mio modo di lavorare con le persone: “La Legge del Minimo Stimolo”

Per molti decenni, dalla nascita della fisioterapia fino a tempi recenti, siamo stati convinti in riabilitazione che più un’approccio fosse stato “forte” e intenso, maggiore sarebbe stato il suo effetto benefico sull’organismo.

A tutti è nota la celebre frase “Se non fa male non fa bene”, che a mio parere è adatta più ad un allenamento di Rocky Balboa che ad un corso fisioterapico. Con questi presupposti non è raro incontrare persone ancora psicologicamente traumatizzate dal dolore causato da una riabilitazione alla spalla e che, magari per una recidiva, devono di nuovo sottoporsi ad un trattamento riabilitativo.

Questi, sdraiati sul lettino, aspettano tremebondi che tu ti avvicini e inizi a provocare loro il dolore che in passato la loro amigdala (puoi approfondire in questo articolo) ricorda benissimo.

Ad oggi, per buona sorte dei pazienti, lo sviluppo delle neuroscienze ha messo in evidenza come il dolore generato dal terapista durante il trattamento non solo non è efficace nel medio lungo periodo ma spesso genera meccanismi di protezione e talvolta perfino micro-traumi.

Per quanto mi riguarda non ho mai amato la fisioterapia “strong” e dopo aver conosciuto ed essermi appassionato al tessuto connettivo ho visto come una stimolazione di bassa entità ma di lunga durata diventa particolarmente efficace nel ripristinare le fisiologiche funzioni dell’organismo (sia in caso di trauma che di dolore cronico, come una lombalgia o una cefalea).

Per capire le motivazioni di questo apparentemente strano fatto ho deciso di tornare indietro nel tempo.

Ho voluto capire su quali basi si fondasse la fisioterapia “strong” della “forza intensa applicata per breve tempo” e quella invece meno nota che chiamerò “soft” della “forza minima applicata per lungo tempo”.

Sono dovuto andare fino ai primi del 1700 per scoprire che sono i principi della dinamica di quel genio di Newton che ancora oggi vengono chiamati in causa per teorizzare la  validità dell’applicazione di forze “importanti” in riabilitazione.

In particolare il 3° principio dice che: in un sistema isolato, ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.

Quindi secondo questo assioma, se io applico uno stimolo la risposta che avrò sarà direttamente proporzionale allo stimolo. In altre parole, se un oggetto qualsiasi esercita una forza su un altro oggetto, su di lui viene sempre ad agire una forza di reazione uguale e contraria.

Assolutamente interessante ed in linea con il pensiero riabilitativo “strong”.

A ben vedere però in questo principio si parla di “oggetti” mentre si è soliti chiamare gli esseri umani “soggetti”. Questa, che può apparire una differenza linguistica, in realtà fa tutta la differenza del mondo.

Vediamo perché: le leggi di Newton per essere valide presuppongono un’assunto fondamentale e cioè che l’oggetto in esame sia esaminato in un sistema isolato. In altre parole valgono solo e quando l’oggetto a cui io applico la mia forza non interagisce con nient’altro che con la mia forza applicata.

Questo è uno dei motivi, a mio parere, per cui utilizziamo il termine soggetto per una persona e il termine oggetto per una cosa.

Una persona, per sua natura, non potrà mai e poi mai essere isolata e quindi le leggi di Newton non possono essere applicate ad un soggetto vivente. L’atto stesso di vivere presuppone una continua relazione del soggetto con il proprio ambiente esterno e interno e quindi la mancanza del presupposto dell’isolamento dal contesto.

Preso dallo sconforto per questa scoperta ho cominciato a documentarmi e ho trovato una risposta negli scritti del compianto fisico Emilio Del Giudice. Quest’uomo ha dedicato la vita allo studio delle leggi che regolano i sistemi biologici e quindi l’essere umano per primo.

Attraverso la lettura dei suoi lavori e la partecipazione alle sue conferenze sono arrivato a conoscere il motivo per cui, nonostante io faccia “quasi niente” con i miei pazienti, questi ottengono miglioramenti apparentemente non spiegabili in una visione newtoniana.

Esiste infatti un principio in fisiologia che regola il funzionamento dei sistemi biologici complessi come l’essere umano e che spiega il risultato del mio agire. Questa si chiama legge di Weber e Fechner o del Minimo Stimolo e dice che in un soggetto la risposta ad uno stimolo è proporzionale non allo stimolo (come sosteneva Newton) ma al logaritmo dello stimolo.

In pratica, per semplificare poniamo 2 casi:

Se io esercito una forza su di un organismo superiore ad una certa entità (soglia percetttiva) questa genererà una risposta (che chiamiamo “reazione”) da parte dell’organismo stesso, che andrà comunque via via a diminuire con l’aumentare dello stimolo.

Ad esempio se colpisco un ginocchio con il martellata avrò come reazione un calcio. Il fatto che la risposta tenda a diminuire con l’aumentare dello stimolo preserva l’organismo da stimoli troppo grandi.

Se io esercito invece una stimolazione al di sotto della soglia percettiva questa non genererà più una reazione ma possiamo dire che l’organismo agirà riorganizzando se stesso. Questo si traduce nel fatto che la mia azione sarà in grado di indurre un cambiamento nel sistema tanto minore quanto sarà il mio stimolo.

È chiaro come poi sia da valutare il tipo di stimolo, ma possiamo considerare questo come il razionale delle terapie come la T.M.N.S. e altre che applicano stimoli di minima entità per attivare le potenzialità dell’organismo a rigenerarsi.

La Legge del Minimo Stimolo curiosamente non viene in pratica mai applicata agli organismi viventi per cui era stata teorizzata ma molte altre discipline ne fanno largo uso per generare cambiamenti non traumatici in sistemi complessi.

Un esempio di applicazione è la metodica con cui a livello sociale vengono imposti cambiamenti tendenzialmente a danno dei soggetti facenti parte del sistema.

La politica italiana è un magnifico esempio di applicazione della legge del minimo stimolo. Se qualcuno osserva la situazione economica e sociale di 20 anni fa possiamo dire che l’Italia, pur avendo una pressione fiscale comunque elevata, aveva anche un livello buono di servizi in campo sanitario e scolastico ad esempio.

Se improvvisamente nel 1997 il governo avesse deciso di aumentare la pressione fiscale in maniera importante e sempre improvvisamente di costringere i genitori degli studenti a portarsi la carta igienica da casa oppure a fare 12 ore di attesa al pronto soccorso, questo avrebbe generato una “reazione” probabilmente violenta da parte dei cittadini, che improvvisamente avrebbero visto cambiare in peggio la loro realtà.

Nel 2017 la pressione fiscale è in effetti aumentata dal 1997 in maniera imbarazzante, la carta igienica viene portata a scuola dai genitori e al pronto soccorso ci sono non 12 ma 16 ore di coda.

Perché allora nessuno si è ribellato e la cosa viene accettata ormai quasi come inevitabile?

La risposta ce la da John Maxwell Coetzee con il suo aforisma “Si fa l’abitudine a tutto, anche al continuo peggioramento di ciò che già era ai limiti della sopportazione”, e Weber e Fechner aggiungerebbero che basta far cambiare l’abitudine un poco per volta, lentamente nel tempo.

Quindi se volete che il vostro organismo non si ribelli alle terapie ma che le assecondi in modo da condurvi ad un maggior benessere rivolgetevi a quelle terapie rispettose del sintomo e del dolore.

Walter Riscossa

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